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THAILANDIA by Pietro Scozzari

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I POPOLI DELL'OPPIO
VITA DA BONZI
MERCATI PER TUTTE LE TASCHE
QUATTRO ZAMPE D'ASIA
 

VITA DA BONZI


Le ventiquattrore del monaco buddhista

Bangkok - A prima vista sembrano totalmente indifferenti ai turisti, abituati come sono a vederne centinaia ogni giorno nei due più bei templi della capitale thailandese, il Wat Pho e il Wat Phra Keo. E invece sono proprio i bonzi che per primi ti rivolgono la parola, soprattutto per migliorare il loro inglese, come gli ha consigliato il Maestro di Lingue Straniere. A volte che si risponda assennatamente o meno alle domande ha poca importanza: ciò che interessa loro è far pratica. E così capita di rispondere a questionari quasi meccanicamente, botta-e-risposta a domande senza tono. Se non, addirittura, di dover riempire con palline e crocette libri-quiz di scuola, da far correggere al maestro.
Visti i brevi impegni giornalieri - preghiera e studio per poche ore, il canto del Dhamma (insegnamento del Buddha) alla mattina e alla sera -, sono lieti di fare un giro per la città con il visitatore straniero, anche visto che, per loro, i mezzi di trasporto sono gratuiti - sebbene, per abitudine, siedano nelle parti posteriori degli autobus e delle imbarcazioni che attraversano i canali di Bangkok. Anche per il cibo non hanno spese, offerto loro dai fedeli ovunque lo richiedano: all’alba si possono vedere i monaci in fila camminare lentamente attraverso le strade, con la ciotola e il piatto delle offerte tra le mani. I fedeli, imbastito un piccolo tavolino di fronte alla propria abitazione, riempiono devotamente le scodelle di riso, pesce o frutta, compiendo così la buona azione quotidiana.
Per le famiglie religiose l’offerta al bonzo in certi casi può equivalere al mantenimento di un componente in più della famiglia. Questa offerta viene fatta dal fedele per acquisire merito (tham bun) nell’ascesa - buddhista e indù - del ciclo delle rinascite: colui che in vita si sarà comportato adeguatamente, compiendo buone azioni, avrà una strada più breve, un ciclo più corto di reincarnazioni, prima di raggiungere lo stato meditativo di illuminazione. Il bonzo, nel ricevere il cibo offertogli, non ringrazia: è lui che fa un favore al fedele, degnandosi di ricevere l’elemosina e permettendogli di guadagnare dei meriti. Solo due (o addirittura uno, per gli appartenenti alla setta dei Thammayut) sono i pasti che i monaci thailandesi consumano ogni giorno: il primo all’alba, il secondo entro mezzogiorno, consumato in tarda mattinata, rapidamente e in silenzio, nel refettorio del monastero. Ai monaci è permesso mangiare esclusivamente i cibi raccolti con le offerte, a eccezione di quelli appartenenti alla setta dei Mahanikais: a costoro viene consentito anche il consumo di cibi ottenuti in altri modi. Ogni volta che un monaco entra in contatto con un qualsiasi oggetto - riceva del cibo, vesta un indumento, porga qualcosa a qualcuno - deve concentrare il proprio spirito, come in una pratica meditativa, per non provare alcun piacere: si deve servire dell’oggetto esclusivamente per necessità, e non per una forma di gioia personale. In passato, quando in certi Paesi buddhisti l’uso dell’orologio al polso non era ancora diffuso, alcuni monaci inventarono uno stratagemma per mangiare anche dopo mezzogiorno, soprattutto durante la stagione delle piogge quando, a volte, non si vede il sole per molti giorni. Sedutosi con le spalle al sole, e domandato a un passante se già fosse mezzogiorno, il viandante, per evitare un senso di colpa o un rimprovero per non avere seguito la legge dell’elemosina, elargiva ulteriore cibo al monaco, anche se era pieno pomeriggio: questi, secondo la propria coscienza, si sentiva in diritto di soddisfare l’appetito.Dopo i pasti e una breve ‘siesta’, inizia il lavoro vero e proprio: la meditazione con i novizi e lo studio dei testi sacri. La meditazione può assumere forme diverse (inspirazioni ed espirazioni controllate, autoipnosi sui colori o su punti luminosi, riflessione su temi come la morte o la bontà, o su parti del proprio corpo), e il suo scopo ultimo è quello di ‘guarire’ dalle malattie dello spirito: la paura, la lussuria, il desiderio, l’ira. Lo scopo principale del monaco buddhista è, appunto, quello di estinguere tutte le passioni, di annullare gli errori, ottenendo una serenità interiore definitiva. Per raggiungere lo stato meditativo, soprattutto nei templi moderni - assai frequentati da fedeli in preghiera e semplici visitatori -, i monaci hanno bisogno di luoghi appartati, silenziosi, dove nessun elemento esterno li possa distrarre. Le forme di meditazione sono innumerevoli ed è il maestro, in base al comportamento dell’allievo, che consiglia quale seguire.Dopo la meditazione, alcuni monaci si dedicano all’apprendimento o all’insegnamento delle arti curative, altri sovrintendono alla vendita delle effigi sacre - destinate esclusivamente al mercato interno, in quanto la loro esportazione è severamente proibita dalla legge -, presso le entrate dei molti templi. Alcune materie di studio, però, sono poco consigliabili (soprattutto in passato), in quanto ritenute profane: l’astronomia, l’astrologia, la fisica, la matematica, le arti e i mestieri.Per dormire, i monaci hanno a disposizione delle abitazioni in determinati templi, suddivisi in specie di quartieri: una grande sala dove mangiare tutti assieme e il villaggio-dormitorio, in cui gli alloggi sono simili a palafitte in legno. Una casa all’interno del wat (il monastero) può ospitare da uno a dieci bonzi, e alcuni templi ne contano fino a cinquecento. Ci sono poi i servizi igienici, decisamente spartani. Minuscola, circa un metro per due, è la casetta per la meditazione, in cui ci si ritira per un’ora al giorno in compagnia del Maestro di Meditazione. Di fianco ai templi più grandi si possono trovare anche l’infermeria, la sala per le riunioni collettive e, a volte, persino quella per il computer, utilizzato per rintracciare gli indirizzi dei monaci disseminati nel Paese. Verso il calar del sole, i religiosi si riuniscono nuovamente per la preghiera serale, quindi si ritirano nei loro alloggi, per studiare o dormire.In tutta la Thailandia, su una popolazione di circa cinquanta milioni di abitanti, i bonzi sono duecentomila e, come tutti i thailandesi, hanno un’origine mista: cinesi, thailandesi veri e propri, birmani, laotiani e bengalesi. Esiste poi un’ulteriore distinzione per quanto riguarda la provenienza: chi risiede nella città indossa la tunica arancione vivo (che ne copre altre due, di tinte leggermente diverse, pendendo sulla spalla sinistra e lasciando nudi spalla e braccio destro); chi, invece, viene dalle campagne, porta una tunica beige-marron chiaro. Le suore buddhiste sono, in confronto agli uomini, una esigua minoranza, vestite di bianco e, come i ‘colleghi’, con il cranio rasato. Usano camminare sempre con un ombrello in mano per proteggersi dal sole cocente o dalla forte pioggia dei monsoni. Buddha disse ad Ananda, suo discepolo prediletto: «Non conviene permettere alle donne di abbracciare lo stato religioso: altrimenti le mie istituzioni non dureranno a lungo».Nei riguardi delle donne i bonzi uomini hanno un rapporto che potremmo definire di ‘non belligeranza’: si ignorano a vicenda, non le guardano o vi guardano attraverso, pur riconoscendone la nota bellezza nei discorsi con lo straniero. Quando però, per forza di cose, sono obbligati a colloquiarci, i monaci appaiono nervosissimi, si mangiano le unghie mentre parlano o si trastullano le orecchie con le dita, la distanza minima è un metro, e lo sguardo schivo è diretto al cielo o a terra. Questo comportamento deriva dalla proibizione di toccarle e di essere toccati: se una donna desidera porgere qualcosa a un bonzo, l’oggetto va appoggiato nei pressi del monaco, a una distanza tale che egli possa raccoglierla, e non consegnata direttamente. Secondo l’insegnamento del Buddha ad Ananda, i bonzi non devono guardare le donne perché «attraverso gli occhi la concupiscenza trova la via al cuore e scuote i più saldi propositi.... quando, in tali occasioni, un monaco è obbligato a parlare, consideri come madri quelle che sono vecchie abbastanza da considerarsi sua madre, come sorelle maggiori quelle che appaiono un po’ più anziane di lui; come sorelle minori o figlie quelle che sono più giovani». L’eliminazione della bramosia attraverso l’annullamento dei desideri, la rinuncia totale al desiderio, il distacco assoluto da tutto ciò che si desidera sono dogmi fondamentali del buddhismo che, tuttavia, si scontrano con una vita sempre più frenetica e consumistica, come quella odierna della società thailandese.L’età dei monaci va dai cinque anni in poi, ma ‘bonzo’ si può essere chiamato solamente dopo il ventesimo anno d’età: prima si è e si rimane ‘novizi’. Per una famiglia avere almeno un figlio monaco costituisce un grande motivo di orgoglio e merito nell’accorciare il ciclo delle reincarnazioni. La durata del noviziato dipende dalla condizione economica della famiglia, che non sempre può permettersi di pagare gli studi del figlio per anni. È infatti nei templi che i bambini iniziano la loro educazione, imparando a leggere e scrivere ripetendo le formule sacre.
Dopo lo studio gli impegni sono veramente pochi. Molte ore vengono trascorse su brandine a sonnecchiare o a leggere il giornale o, persino, ad ascoltare musica con un modernissimo e tecnologico iPod. Certo che fa una bella impressione vedere un bonzo, così abituati come siamo a relegarli in un alone di mistico passato, avere a che fare con la tecnologia, sia questa sotto forma di uno stereo o di un telefono, ma anche di un semplice tubo per innaffiare i prati.
In realtà il Buddhismo, più che una vera e propria religione, sarebbe da considerarsi come un sistema filosofico e un codice di moralità. Questa dottrina nacque attorno al 500 a. C. nel Nord dell’India, quando Siddhartha Gautama, di origini principesche, ricevette l’Illuminazione. I buddhisti ritengono che l’Illuminazione sia il massimo traguardo di ogni essere vivente. Il Buddha (ce ne furono diversi nel corso del tempo) non scrisse mai alcuna raccolta di leggi o comandamenti, per cui, in seguito, si crearono scissioni all’interno della dottrina. Oggi esistono due scuole principali di buddhismo: la Theravada o Hinayana (la ‘Dottrina dei Decani’), secondo la quale il sentiero verso il Nirvana (la pace finale, scopo ultimo di ogni buddhista) è una ricerca da svolgere individualmente; e la Mahayana, la quale afferma che solo gli sforzi uniti di tutta l’umanità porteranno alla salvezza, secondo una scuola indiana più recente. Quest’ultima è seguita in Vietnam, Corea, Giappone e Cina, mentre la prima, di stampo più ‘classico’ (deriva direttamente dalle scuole indiane antiche), è largamente praticata in Thailandia, Cambogia, Laos, Sri Lanka e Birmania. Esistono poi altre interpretazioni del buddhismo, come quella indù-tantrica diffusa in Tibet e seguita in Nepal. In India il buddhismo ebbe un momento di larga diffusione circa dieci secoli fa sotto l’imperatore Ashoka, ma in seguito praticamente scomparve, a causa di una penetrazione superficiale tra la gente e al forte richiamo dell’induismo.
Il riti del buddhismo acquistano sfumature differenti a seconda dei Paesi di origine dei bonzi. In Thailandia, per esempio, i monaci offrono alle effigi sacre oli profumati, candele, incensi, fiori di loto, e applicano sulle statue, sui bracieri (e spesso anche sugli autobus) minuscoli quadratini di carta dorata che, a quanto si dice, portano fortuna. A sera, quando il tempio chiude ai fedeli, alcuni addetti raschiano la spessa corteccia dorata dalle statue, accumulatasi durante la giornata, per far spazio a quella del giorno seguente. L’intero kit per le offerte è in vendita per i religiosi e per i fedeli all’entrata del tempio, e gli incassi vengono devoluti ai bisognosi o utilizzati per ristrutturare i templi (in Thailandia si calcola che esistano ben 32.000 monasteri).
I testi liturgici, base del rito buddhista, fanno capo a quattro famiglie principali: i saluti e le lodi, le dichiarazioni, i voti e i testi di protezione. Tutti i bonzi devono seguire cinque comandamenti - validi anche per i semplici fedeli -, da osservare con assoluta rigidità: il divieto di uccidere qualsiasi essere vivente, di rubare, di provare lussuria, di dire cose non vere e di bere bevande alcoliche. A questi cinque se ne aggiungono altri due, validi soprattutto durante i giorni festivi: non devono assistere a spettacoli di danza, di canto o di musica, e non devono decorare il corpo con fiori o profumi. Inoltre, i bonzi non possono dormire su letti alti e larghi, né toccare oro o denaro, non possono attribuirsi doni sovrannaturali o spacciarsi per santi, e sono obbligati a seguire una rigorosa continenza. Quando, per necessità, il monaco è costretto a ricevere o a porgere del denaro, lo dovrebbe fare sempre con le mani coperte da un fazzoletto. Tra gli altri divieti si annoverano quello di scavare la terra (eccetto in luoghi sabbiosi, ove non c’è rischio di uccidere qualche animale), sputare sull’erba fresca o nell’acqua (per lo stesso motivo), tagliare alberi o erba (che servono a mantenere in vita altre creature), cavalcare o viaggiare su un veicolo a trazione animale.

Il rito
Per i bonzi cinesi l’usuale Buddha thailandese - piuttosto snello e dai lineamenti delicati - si trasforma in un uomo corpulento, comodamente seduto e dall’aria beata, al quale si prega tenendo fra le mani due legnetti che combaciano fra loro, di colore rosso e di forma convessa: a fine preghiera vengono lasciati cadere a terra, così da rispondere, a seconda di come questi rimangono girati, se la richiesta al Buddha sia stata accettata o meno (sì/no/forse). Per sapere come comportarsi durante la giornata, invece, i fedeli scuotono - inginocchiati per circa un minuto - un cilindro contenente asticelle numerate: se ne estrae una dalla fessura, a cui corrisponde un cassetto di un mobile, numerato a sua volta e contenente gli aforismi della giornata, stampati su foglietti.Gli stessi templi fungono, oltre che a luoghi di meditazione e di studio, anche da cimiteri. Le urne cinerarie vengono cementate in file su apposite colonnine, l’una di fianco all’altra, solitamente nei pressi di piccole nicchie votive, alle cui effigi sono offerti minuscoli Buddha di terracotta o in plastica, dorati o argentati.I monaci buddhisti, in passato, erano gli unici insegnanti e, di conseguenza, le donne non ricevevano alcuna educazione, non potendo avere il minimo rapporto con i maestri: né avvicinarvisi, né parlarci. L’educazione di base che il bonzo oggi riceve è quella dello studio del Pali, una lingua di origine indiana, veicolo della diffusione del buddhismo, propagatosi dallo Sri Lanka in tutto il Sud-est asiatico sette secoli fa. La maggior parte dei monaci, tuttavia, prosegue e completa gli studi, frequentando la scuola superiore o, magari, l’università. Quasi tutti i giovani, inoltre, studiano una lingua straniera - l’inglese, nella stragrande maggioranza dei casi -, ma con grande fatica: il thai ha suoni troppo differenti dalla lingua anglosassone.Diventare bonzo non è difficile, e quasi tutti i thailandesi - re compreso - lo sono o lo sono stati nel corso della vita, per un periodo minimo di tre o quattro mesi: essere monaci costituisce quasi un obbligo morale per ogni cittadino thailandese. Secondo la tradizione, il momento migliore per iniziare la propria condizione di monaco coincide con l’inizio della Quaresima buddhista (phansaa), che incomincia in luglio e corrisponde al periodo delle piogge. La durata media di permanenza nel monastero dovrebbe essere di tre mesi, ma oggigiorno molti uomini vi rimangono per una sola settimana o due, visti gli altri impegni (lavoro, famiglia): il tempo strettamente necessario per guadagnare un po’ di merito e abbreviare il ciclo delle reincarnazioni. Altri monaci, al contrario, rimangono tali per tutta la vita. Il periodo ottimale per iniziare lo status di monaco sarebbe quello compreso tra la fine degli studi scolastici e l’inizio dell’attività lavorativa o il matrimonio. Tuttavia oggi, a quanto dicono gli stessi monaci, sembra che la pressante ricerca di lavoro distolga le persone dal partecipare in prima persona alla vita religiosa.

Non solo in Thailandia
Negli altri Paesi in cui il buddhismo è diffuso, piccole e grandi variazioni - oltre che sul piano filosofico e dogmatico - investono i riti quotidiani dei monaci, il loro abbigliamento, le caratteristiche esteriori, quelle più appariscenti e riconoscibili anche da chi non segue la loro religione. In Birmania (oggi Myanmar), Paese impregnato da un buddhismo sentito in profondità, uomini e donne passano periodi di ritiro nei monasteri più volte nel corso della propria vita. I primi indossano tuniche color amaranto o, i più stravaganti - molti, fra questi, i novizi - rosso fuoco: la scelta della tinta viene lasciata al gusto dell’individuo. Le donne (methilayin), invece, indossano lunghe tuniche di un rosa confetto e, così come gli uomini, passeggiano sempre con grandi ombrelli fatti a mano, per proteggersi dai raggi solari e dalle intemperie. Un tempo, al posto dell’attuale ciotola per le offerte, usavano una piccola sporta rotonda e piatta, portata sulla testa (ancor oggi se ne vede qualcuna). Un antico proverbio birmano diceva: «Ti farai monaca solo nel caso che perdessi il tuo bambino, o tuo marito ti abbandonasse, o la tua bottega facesse fallimento, oppure tu incorressi in gravi delitti».Se paragonati ai bonzi thailandesi, quelli birmani - forse per una maggiore curiosità nei confronti dei turisti occidentali, nel Myanmar assai meno numerosi - sembrano più stravaganti ed estroversi: non temono l’avvicinarsi di una donna occidentale, la loro curiosità e la voglia di scambiare opinioni su mondi così distanti è troppo forte per impedire di mantenere quel distacco caratteristico dei thailandesi.
I monaci birmani seguono una gerarchia di sei famiglie: gli shin, i postulanti, che indossano l’abito da bonzo anche solo per un breve periodo; i pasin, ammessi ufficialmente nell’ordine; i phongyi, bonzi da almeno dieci anni; i saya, gli abati dei monasteri; il thathanabaing, il superiore generale, un tempo nominato dal re birmano: è lui che dirige gli affari dell’ordine e della religione di tutta la nazione.Un accessorio che spesso viene usato dai monaci birmani è un grande ventaglio amaranto a forma di foglia di loto, ricavato da una foglia di palma di talipot (da cui il nome di talapoini, dato dai navigatori portoghesi ai bonzi): questo servirebbe a coprirsi il volto quando incontrano delle donne. I bonzi birmani, a differenza dei ‘colleghi’ thailandesi, passano la maggior parte dell’anno nel loro convento (ponggyikyaung), dedicando i tre mesi della stagione delle piogge - da luglio a settembre - a una vita di studio e di meditazione più intensa.
In Nepal e in Tibet gli ordini monastici sono caratterizzati da altre influenze, storiche e culturali, che ne hanno fatto una classe più riservata, grazie anche alle pesanti persecuzioni subite dopo l’occupazione cinese. I monaci tibetani, anch’essi piuttosto abituati al turismo - così come quelli thailandesi -, mantengono un certo distacco con gli stranieri, e indossano tuniche amaranto su vesti gialle. Il Tibet, almeno fino all’arrivo dei cinesi (1959), è sempre stato un Paese teocratico, nel quale il Dalai Lama (che esercitava anche il potere temporale) e i religiosi godevano la più alta considerazione. Il clero era posto in cima alla scala sociale e godeva di privilegi enormi. Circa un quinto o un sesto della popolazione tibetana aveva fatto il monaco: almeno uno, cioè, dei figli minori, non avente diritto all’eredità della famiglia, destinata al maggiore. All’interno del clero oggi vige una gerarchia piuttosto rigida, con un’élite colta e ricca e un ceto basso di manovalanza, spesso semianalfabeta, con ruoli di tuttofare e di domestico. Tra i bonzi tibetani e nepalesi alcuni scelgono la via dell’eremitaggio - per un certo periodo -, e questo dà loro grande prestigio; altri, invece, si possono sposare e conducono una vita pressoché laica: coltivano i campi, si occupano degli affari e si recano al tempio solo nei momenti di preghiera. Questi possono essere riconosciuti per i lunghi capelli intrecciati.
La maggior parte dei bonzi tibetani (in buona parte rifugiatisi nel vicino Nepal), però, segue l’iter classico monastico: entrati in un monastero in tenera età - attorno agli otto anni -, sono affidati come novizi dalle famiglie a un maestro che insegna loro a leggere, scrivere e imparare i testi sacri a memoria. L’ingresso effettivo nell’ordine avviene attorno ai quindici anni - quando il futuro monaco rinuncia al mondo -, ma è solo dai vent’anni in poi che diventa un bonzo regolare. Nonostante i voti siano perpetui, nella pratica questi possono essere annullati su richiesta del monaco. Ciò avviene spesso in occasione della morte del fratello maggiore: rinunciando ai voti, il bonzo può impossessarsi dell’eredità e della moglie del congiunto scomparso. I monaci tibetani vivono in grandi monasteri detti puri, separati da quelli dei bonzi sposati.
In India, Paese dominato dall’induismo e dall’Islam, il buddhismo sembra non avere spazio, e le piccole comunità monastiche vanno via via scomparendo, alimentate ogni tanto solo dalla visita di qualche monaco proveniente dal vicino Nepal. Il buddhismo si diffuse nell’India orientale - nel Bengala, nell’Orissa e nel Bihar - a partire dall’VIII secolo d. C., ed ebbe un’impronta tantrica. Qui resistette fino a circa il 1200, quando, in seguito all’invasione musulmana - che portò alla distruzione e all’incendio dei monasteri - scomparve quasi definitivamente. Ove sopravvisse si fuse all’induismo dilagante.
In Cina il buddhismo ha visto grandi stravolgimenti dall’avvento della Repubblica Popolare (1949): il governo ha integrato la dottrina nella cultura ufficiale di stato, per farne un utile collante fra le molte etnie credenti - dal Tibet alla Mongolia, dall’India al Sud-est asiatico. Appropriatosi delle terre del clero, il governo cinese ha inserito i monaci nel lavoro produttivo e, di conseguenza, molti bonzi sono fuggiti ad Hong Kong, Taiwan e Singapore. Tuttavia, seppure integrato in un sistema centralizzato, il buddhismo è riuscito tenacemente a sopravvivere in numerose aree del colosso asiatico: basti pensare che il numero dei monaci (vestiti di giallo gli uomini, di grigio le donne) si aggira sul mezzo milione di unità.
E poi c’è lo Sri Lanka, culla del buddhismo, dove questa dottrina ritornò proprio dai Paesi in cui era stata trasmessa, dopo un lungo buio periodo di abbandono. Anche qui, così come in Vietnam, in Laos, in Giappone, in Corea, in Cambogia e in Mongolia, ogni monaco segue riti e possiede caratteristiche variabili da regione a regione, secondo un unico, antico insegnamento: quello dell’’Illuminato’, Siddharta Gautama, il Buddha.

Pubblicato su Tutto Turismo, Frigidaire
 

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MERCATI PER TUTTE LE TASCHE


Ufficialmente ‘Chatuchak Market’, noto ai più semplicemente come ‘Weekend’ Market di Bangkok, è una specie di città nella città, facilmente raggiungibile con l’ottimo Skytrain della metropolitana (bts.co.th, fermata al capolinea Mo Chit, poi attraversate a piedi il piccolo giardino che immette nel mercato; oppure la subway fino alla stazione di Chatuchak Park). Oltre 15.000 spazi espositivi e oltre 200.000 visitatori ogni sabato e domenica, queste le cifre. Tirato a lucido - anni fa era una babele in cui si potevano reperire pure animali semi-estinti, oggi ripulito, solo con animali leciti e con un buon ordine -, il mercato è diviso in settori, con tanto di piantina di facile lettura regalata in più punti. La parte forse più interessante è quella dedicata agli animali domestici, nel cuore della struttura. A prezzi da primo mondo troverete legioni di cagnolini e di gattini spettacolari, cotti dal caldo e boccheggianti sotto i ventilatori. Guardare ma non accarezzare, come dicono più cartelli: le bestione sono molto sensibili alle malattie portate dalle mani sconosciute. Fanno da contorno i negozietti specializzati in pets (ossi a forma di palla da baseball, completini da mandarino cinese per il capodanno…). Rimanendo in zona e in tema moda, cercate l’eccentrica signora che espone e vende scoiattoli… vestiti. La signora non tollera macchine fotografiche e videocamere (ha messo un cartello No photo/No video per ogni scoiattolo della collezione), e chissà che cosa ne pensano gli scoiattoli degli abiti e dei cappellini che devono indossare. Lasciato lo zoo, troverete di tutto: cibo (banane fritte, pollo fritto, involtini primavera, tè dolcissimo, spiedini di gamberoni, cocco e gelato di cocco dentro al cocco, mini-wurstel, spiedini di maiale a 10 bath, circa 2 euro), mobili di legno, abbigliamento e accessori da cowboy (incluse band musicali di Thai-cowboy, come la Blue Mountain Boys), abbigliamento militare, miele in tranci di favo, immagini buddiste, lampade, sculture Alien-style fatte con ingranaggi meccanici riciclati, quadri, t-shirt con ogni colore e slogan ‘simpatico’ ipotizzabile (per es. quella con il paragone Your girlfriend - donnina stilizzata come da insegna per toilette femminile, con gonna inamidata - and My girfriend silhouette prosperosissima da ballerina di lap dance). Qua e là, finalmente, qualche banchetto per la responsabilità ecologica, con esempi di avorio vero e finto (ovviamente per educare, non per vendere)
Nel Nord, a Chiang Mai e a Chiang Rai, altre istituzioni sono i locali Night Bazaar, specie di mercati gemelli nelle due maggiori città settentrionali (entrambi in centro). Il brulicare delle loro attività inizia al tramonto e va avanti fino a notte fonda. Oltre a tutto l’artigianato dell’intera Thailandia, in particolare delle etnie della regione del ‘Triangolo d’Oro’ (Akha, Yao, Lisu, Lahu) e con qualche influsso dal vicino Myanmar, entrambi hanno spettacoli di danze tradizionali al lume di candela e un vasto settore dedicato all’alimentazione. Qui fanno la parte del leone i piatti di mare e, per chi ama l’esotico, ogni insetto di Sora Natura fritto e croccante (scarafaggi, scorpioni, bachi da seta, cavallette ecc.). Voci di corridoio locali innominabili ci hanno riferito di come i ristoratori del Night Bazaar di Chiang Rai vadano a recuperare l’olio di scarto dai ristoranti della città per friggere il tutto, dunque… Rimanendo in tema di shopping, potete sbizzarrirvi tra belle lampade colorate, decorazioni natalizie, animaletti di tessuto ripieni di sabbia, armi da taglio (popolarissime le stelle da ninja, da NON mettere nel bagaglio a mano), modellini di Transformers fatti con il fil di ferro, abbigliamento e bigiotteria a vagonate. Se sopravvissuti alle fatiche dello shopping e, soprattutto, all’olio riciclato dei ristoranti, potrete ritemprarvi con un fish massage, dove mille pesciolini riporteranno in vita i vostri arti inferiori nutrendosi delle vostre pellicine morte (solletico permettendo).

Pubblicato su Panorama Travel

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QUATTRO ZAMPE D'ASIA
 

Viaggio tra i diversi stili di vita dei quattro zampe asiatici. Dalla Birmania alla Thailandia, dall’India al Vietnam, dalla Cina al Giappone. Nei templi, sulle barche, in moto, inseguendo la moda.

La pagoda, il tempio buddista o scintoista, il mini-tempietto eretto a proteggere la buona fortuna di un supermercato o di una compagnia di assicurazioni. Tutti offrono ombra e tranquillità, un pacifico luogo in cui sonnecchiare, indisturbati dal rumore e dai pericoli del mondo di fuori. A volte, addirittura, una garanzia di vitto e alloggio. Dove ci troviamo? In lungo e in largo tra i quattro zampe asiatici, per capire come vivono (o sopravvivono) e per conoscere da vicino come la gente si occupa di loro e li accudisce, a volte, con amore.
IL TEMPIO, UN RIFUGIO MULTIUSO
In Asia non è difficile imbattersi in qualche ‘gattara’ (‘cagnara’?), spesso più innamorata degli animali che non degli umani, che si dedica a sfamare cani e gatti altrimenti lasciati alla caccia tra i sacchi delle immondizie. In alcuni casi, addirittura, gli ospiti a quattro zampe diventano motivo di attrazione a sé per il luogo, oltreché ospiti. Come nel caso del monastero dei ‘gatti saltanti’, all’anagrafe Nga Phe, sul lago Inle, in Birmania. Questo monastero a palafitta ospita un’esigua comunità di bonzi che hanno ammaestrato una legione di gatti a saltare su comando. Al grido jump! (‘salta!’) gli animali balzano come leoni al circo attraverso cerchietti di plastica posti a mezz’aria o, in alternativa, tra le braccia dei monaci, unite a circolo. L’attività esalta i turisti di passaggio ed è forse per questa ragione che i bonzi ammaestrano un numero sempre maggiore di gatti. Molti felini, tuttavia, hanno un’aria piuttosto annoiata nel ripetere questa pratica - sempre più frequente, man mano che si sparge la voce tra i turisti -, e spesso bisogna gridare jump! tre o quattro volte di seguito, unendo qualche spintarella sul posteriore, prima che si decidano a saltare. A Bali sembra che nessun cane di strada faccia la fame: le offerte lasciate dai fedeli indù a ogni angolo di strada - fiori e incensi, ma anche ottimi biscottini - sono specie di croccantini gratuiti, disponibili a ogni ora del giorno e della notte. E poi: ombra e pace, nei templi cinesi della Malesia così come in quelli buddisti cambogiani. Ogni gatto o cane, lì, lontano dall’inferno del traffico delle megalopoli, sembra trovare un quieto angolino di paradiso.
CANI 'GALLEGGIANTI'
Cani galleggianti, si potrebbero chiamare, quelli di certe località del Vietnam. Sull’isola di Cat Ba, nella Baia di Halong, così come nel vasto Delta del fiume Mekong, molte persone commerciano, cucinano e dormono a bordo di imbarcazioni di tutte le dimensioni. A volte specie di zatteroni rettangolari - per esempio nella Baia di Halong -, adibiti ad abitazioni e, al tempo stesso, a piscine in cui allevare pesci. Da bravi ‘migliori amici dell’uomo’ i cani si sono adattati a questa convivenza fluttuante. Il loro territorio è qui più che mai marcato, assai più che sulla terraferma. Chi invade le loro quattro assi di legno, se sconosciuto, viene accolto da sonori latrati pieni di minacce. Ma la barca è anche luogo di gioco - quando gli animali a viverci sono più d’uno -, di pasto, di toilette. Né più né meno che per i ‘colleghi’ umani.
TUTTI IN SELLA, NEL TRAFFICO
Cani centauri, invece, potrebbero essere chiamati quelli di molte città asiatiche, abituati come i loro proprietari tailandesi, indiani o indonesiani a muoversi in moto. Nel traffico matto di questi Paesi intere famiglie e merci da bastimento viaggiano tutte assieme appassionatamente su un unico scooter, insensibili a leggi, omologazioni, caschi, multe e pericoli delle due ruote. La scarsità di mezzi rende impossibile scelte di trasporto più onerose, dunque tutti (bambini, cani, secchi, scope, frutta, pesci ecc.) in sella, si parte! Nel Nord della Tailandia, in particolare nella regione di Chiang Mai, oppure nella hippie Goa, sembra piuttosto frequente l’usanza di addestrare il proprio animale a viaggiare come un umano in miniatura, né più né meno di un bambino. Zampe anteriori puntate sul serbatoio, quelle posteriori sul sellino della moto o sulle gambe del proprietario-autista, capelli al vento… Come cani da circo, nel tempo questi animali hanno sviluppato capacità da equilibristi. A ogni sosta al semaforo costituiscono l’attrazione principale del traffico e dei passanti.
FOLLIE GIAPPONESI E MODA PROLETARIA
La moda, per fortuna, non è un’esclusiva del “Made in Italy”. In tutta l’Asia l’abbigliamento per pet è in fortissima crescita, fino a raggiungere le follie esasperate del Giappone o della Corea del Sud, dove signore di una certa età e tardo-adolescenti con l’amore per il kitsch addobbano i loro cagnolini in miniatura come eccentrici divi di Hollywood. In Thailandia, dove il tenore di vita è più basso, oltre alla classica moda reperibile nei negozi specializzati per l’élite che può spendere - con qualche ‘chicca’, come completini da mini-mandarino in occasione del capodanno cinese, e con qualche punta appariscente, come abiti da uomo (cane) ragno nella pacchiana Pattaya -, regna pure una moda ‘proletaria’, accessibile alle tasche dei più.
Anche le famiglie thailandesi o vietnamite più povere si possono permettere una vecchia maglietta da umano, usata e non sempre pulitissima, con cui proteggere il proprio cane nei mesi invernali. Inverno ridicolo, almeno in confronto alle nostre temperature, ma ‘freddissimo’ per la gente locale, soprattutto di sera. Verso novembre capita di vedere cani apparentemente randagi (zero collari o guinzagli, il marciapiedi come casa) abbigliati con t-shirt da due zampe. Sembrano portarle con disinvoltura, come se fossero una seconda pelle.

Pubblicato su Quattro Zampe
 

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 I POPOLI DELL'OPPIO
 
Trekking fra le tribù del Triangolo d’Oro

Un ritratto di alcune fra le tribù che abitano il ‘Triangolo d’Oro’, la zona compresa fra Thailandia, Myanmar e Laos, il cui principale mezzo di sostentamento è l'oppio, coltivato e venduto ai trafficanti locali. La vita di queste popolazioni, minata da una crescente perdita d’identità grazie a un turismo sempre più invadente, però, non è incentrata esclusivamente su questo commercio: tradizioni e riti antichi ancora stentano a morire.

LISU

I Lisu sono una popolazione di origine tibeto-birmana che vive sulle montagne nel Nord della Thailandia, nelle province di Chiang Mai, Chiang Rai, Mae Hong Son e Tak. Sono facilmente distinguibili dalle altre tribù che vivono nella zona per i costumi coloratissimi. Arrivarono in Thailandia circa un secolo fa, partendo dal Tibet e attraversando le province cinesi dello Yunnan, del Sichuan, e la Birmania. Molti Lisu, tuttavia, sono rimasti in Cina e in Birmania: i loro ‘parenti’ thailandesi, nel corso del tempo, hanno modificato diversi costumi tradizionali, soprattutto per quanto riguarda l’abbigliamento.
Primo giorno - Non mi era mai capitato di svegliarmi perché un pollo mi cammina sulla faccia, ma nel villaggio Lisu ciò è normale, anche se alloggiamo nella capanna del capo tribù. È qui che, dopo una faticosa giornata di trekking, ci siamo fermati per trascorrere la notte e la mattinata seguente. Fatto il bagno sotto la cascata poco fuori dal villaggio, e lavati i vestiti sporchi, una bambina, canticchiando tra sé Fra’ Martino Campanaro in versione thailandese, imparata da chissà quale turista, ci accompagna attraverso lo stretto sentiero che porta alla capanna principale, adibita ad ospitare i visitatori: è quella del capo del villaggio, la più spaziosa.
A volte i Lisu costruiscono le loro abitazioni a livello del terreno, altre su palafitte. I letti sono lunghi sedili di bambù e stoppie, sui quali dormiamo in quindici, assieme alla numerosa famiglia del padrone di casa. All'interno della fumosa e annerita capanna si trova anche la ‘cucina’ - quattro pietre e un braciere -, che scarica tutto nell'unica grande stanza. Sotto il tetto di paglia, attraverso fessure, svolazzano vorticosamente alcune rondini, che hanno costruito il loro nido dentro alla casa, nel punto di intersezione fra le travi reggenti.

I bambini indossano costumi meravigliosi dai colori luminescenti, e alcuni hanno lineamenti orientali, mentre altri potrebbero essere di origine europea. Facciamo subito amicizia, anche se, per problemi di lingua, non possiamo dialogare: il linguaggio delle caramelle - che chiamano bubù -, però, è universale, e qui, sulle colline sperdute, valgono come oro. La malsana abitudine dei turisti di distribuire oggetti in regalo ai bambini ha instaurato nel tempo un odioso rapporto turisti/locali basato sull'elemosina. Ogni scusa è buona per domandare, ai ‘ricchi’ visitatori, penne, monete (usate più che altro a scopo decorativo, infilate in lunghe collane), caramelle, braccialetti, biglie di vetro.
La pulizia è un concetto estraneo alle popolazioni del ‘Triangolo d'Oro’: porci, bufali e galline convivono in perfetta simbiosi con gli esseri umani, mescolati in una confusione totale di colori e di mosche, il cui evidente risultato è una gamma completa di infezioni della pelle, visibilissima soprattutto sui bambini. I costumi tradizionali dei Lisu sono caratterizzati da vive tinte a strisce, che coprono tutto l’abito e confluiscono in una lunga coda a pompon, annodata all’estremità della cintura che tiene ferme le gonne. Altrettanto luminosi sono gli orecchini, costituiti da piumini viola, quasi fosforescenti, e da una singolare catenella d'argento che, passando sotto il mento, va da un orecchio all'altro. Le donne, in particolare, indossano pantaloni neri che arrivano alle ginocchia, accompagnati da ghette rosse. La mia attenzione è attirata da una bambina che sta armeggiando con i propri vestiti, non capisco cosa stia facendo: avvicinandomi, mi accorgo che si sta ‘lavando’, quasi di nascosto, seduta sul terreno e scrostandosi - letteralmente - la sporcizia di dosso con una forcina per capelli, cercando di coprirsi pudicamente con una coperta.Tutti, nel villaggio, masticano foglie di betel, che accelera la salivazione e la colora di rosso: il terreno è, ovunque, a pois carmini. Il gioco preferito dai bambini Lisu è la fionda, una semplice quanto efficace ipsilon di legno intagliato. Alcuni bambini scavano buche profonde per raggiungere la terra umida e farne, appiattendola con i palmi delle mani, delle palline: queste, quindi, vengono sistemate su piatti di metallo e lasciate essiccare al sole, fino a diventare dure come pietre. I bersagli preferiti, sia dai maschi sia dalle femmine, sono gli innumerevoli animali che vagano dovunque.
Il capo del villaggio, prima di lasciarci ripartire, ci descrive qualcuna delle usanze dei Lisu. Lo stregone del villaggio, oltre a dover conoscere tutto riguardo alla magia occulta, alla medicina e al rito matrimoniale, è tenuto anche a saper esorcizzare gli spiriti cattivi insiti nel bambino appena nato, in occasione del parto. Per fare ciò, pesta ripetutamente il terreno della capanna in cui il bimbo è venuto alla luce, scacciando gli spiriti malvagi. Inoltre, ogni bambino di un anno deve avere un padre adottivo, che diventa parte della famiglia, dopo aver legato - a suggello del suo impegno - qualche moneta al polso del protetto, e ricevuto in regalo un pollo dai genitori. Tutto il villaggio, poi, è protetto da uno spirito, al quale è dedicato un santuario apposito, seminascosto in una zona sacra dell agglomerato.
Per quanto riguarda la vita coniugale, le donne possono prendere marito già a quindici-sedici anni. Per esternare la loro volontà in tale senso, devono partecipare a una cerimonia apposita, durante la quale lo stregone dona loro un disco d'argento. Viene poi scelta accuratamente la data del matrimonio, facendo attenzione che sia un giorno di buon auspicio: non tutti lo sono nel calendario Lisu, e da evitare, per un buon matrimonio, sono soprattutto i giorni del Dragone, della Tigre e del Maiale. Nel giorno scelto dallo stregone, secondo il rito animista dei Lisu, vengono sacrificati alcuni maiali.
Una volta sposatasi, la donna Lisu perde totalmente la propria libertà, e diventa, in pratica, una serva del marito. Non può andare dove desidera né lamentarsi per alcuna ragione e, se il consorte muore, diviene di proprietà della famiglia del defunto. Si potrà risposare solo con il consenso di questa, e la dote pagata dal secondo pretendente sarà molto alta.
Anche i funerali seguono un cerimoniale stretto e rigoroso. Il defunto viene seppellito vestito di abiti nuovi e usati, assieme a cibo e bevande. A seconda della sua età sono sacrificati polli o maiali, di diversa grandezza. La processione funebre è capeggiata dall'onnipresente stregone che, questa volta, stringe in una mano una bandiera di carta bianca e porta, sulle spalle, una sacca piena di vestiti del defunto. Più lo scomparso era ricco, maggiore è il volume dei vestiti che lo stregone si deve caricare addosso. Se il defunto era molto ricco, allora lo stregone si farà aiutare da un mulo. Nella famiglia dello scomparso si piange per alcuni giorni, e chi non lo fa, magari perché proprio non ci riesce, viene considerato con disonore. Al cimitero si annuncia in paradiso l'arrivo dell'anima dello scomparso, con scoppi di ogni genere: petardi e pistolettate. I familiari continueranno a fare offerte al defunto per tre anni: entro quel periodo l'anima sarà sicuramente rinata.

AKHA

La popolazione degli Akha vive disseminata in un centinaio di villaggi tra il Sud della Birmania e il Nord della Thailandia. Sono arrivati dalla Cina (dallo Yunnan, dove vivono numerosi ancor oggi) circa un secolo fa, attraversando il Laos, il Vietnam e la Birmania orientale. Stabilitisi sulle colline thailandesi, oggi se ne contano circa venticinquemila.
Secondo giorno - L'entrata nel villaggio Akha già fa presagire un ambiente diverso da quello incontrato nella tribù dei Lisu, forse troppo abituata alla visita degli stranieri: un arco rudimentale in legno, presso il quale gli spiriti - effigi ricavate da tronchi, con sembianze antropomorfe - presidiano la sicurezza degli abitanti, segna il confine.
Addentrandosi lungo il sentiero principale, che divide in due il villaggio, un fatto balza immediatamente all'occhio, sui volti dei bambini che ci accolgono correndoci incontro, sulle abitazioni e sugli animali: la forte sporcizia, che rende tutto più scuro, tingendo l'intero paesaggio di una tonalità marrone. I bambini giocano fra escrementi di bufalo grandi come montagne, e i più sembrano averne preso il colore.
Anche qui troviamo alloggio presso la capanna più ampia, una palafitta in bambù e paglia, il cui proprietario è il capo del villaggio. Lo spazio interno è diviso da una parete a mezza altezza, e una porta mette in comunicazione la metà riservata alle donne - dove si trova l'altare degli antenati - con quella degli uomini. È il capo stesso, immediatamente, che ci narra qualcuna delle loro usanze.
Gli archi, posti uno all'entrata e uno all'uscita del villaggio, segnano i confini, e ogni anno sono spostati - generalmente di pochi centimetri - per indicare di quanto l'abitato sia cresciuto. A volte, però, le vecchie porte sacre non vengono abbattute o spostate, ma sono lasciate in piedi, così da formare una specie di corridoi rituali. Ogni cosa, nel villaggio, ha il proprio spirito: quelli posti all'entrata - gli spiriti della giungla - servono per preservare nel tempo la fertilità degli Akha, mentre quelli presenti in ogni casa proteggono la famiglia che vi abita. Il culto animista degli Akha vuole che, attraversando gli archi posti alle entrate del villaggio, gli abitanti si liberino degli influssi negativi provenienti dall'esterno.
Fra le tante feste del calendario Akha c'è anche quella per scacciare gli spiriti malvagi, prima della quale si sacrifica un cane: buoi e galline sono tenuti ‘di riserva’, qualora di cani, in circolazione, non ce ne siano più. Secondo il rito animista degli Akha, tre sono i modi per sacrificare il cane, tutti agghiaccianti. Il primo consiste nell'impiccagione e nel successivo taglio delle zampe posteriori, finché l'animale non muore dissanguato. Il secondo, ancora più crudele, consiste nell'appendere il cane a una trave, per poi divaricargli la bocca con un bastone e riversargli acqua rovente nelle viscere. L'ultimo metodo d'immolazione si risolve nel bastonare sul naso la bestia dopo averla drogata, fino alla morte. Sta al sacerdote scegliere il metodo: una volta terminata la cerimonia, il cadavere dell’animale viene appeso a uno degli archi, e vi rimane finché non va in putrefazione. La festa per scongiurare gli spiriti maligni non è, tuttavia, l'unica causa dell'alta mortalità, presso gli Akha, del ‘migliore amico dell'uomo’. La carne di cane, infatti, qui è considerata prelibata quanto quella di qualsiasi altro animale. Tuttavia, gli Akha ritengono che se la bestia piangerà al momento dell'uccisione la sua carne non sarà commestibile. Viceversa, se morirà in silenzio - c'è da domandarsi come ciò possa avvenire -, sarà squisita.
Sulla collina più alta del villaggio domina una strana costruzione: tre pali incrociati e una lunga corda, aventi una duplice funzione: ogni anno, durante la Festa dell'Altalena, le donne ci si dondolano, appese alla corda per quattro giorni, festeggiando così l'arrivo dell'anno nuovo. Gli uomini festeggeranno il loro capodanno separatamente, senza il divertimento dell'altalena. Ma gli stessi tre tronchi fungono anche da forca per impiccarvi chi ruba, e chi compie adulterio o qualche raro omicidio.
Donne e uomini vivono separatamente, anche se sposati. Mangiano e dormono ognuno nella propria casa: è per questo motivo che il villaggio degli Akha sembra così grande, anche se sono in pochi a viverci. La cerimonia nuziale dura tre giorni, e i festeggiamenti sono imponenti. Solo in questa occasione le donne si possono vestire di bianco, altrimenti indossano sempre un vestito nero. Per sposarsi, gli uomini pagano simbolicamente una moneta d'argento alla famiglia della sposa. Durante la cerimonia i due siedono al centro di una grande stanza, e gli invitati (tutti gli abitanti del villaggio) hanno a disposizione tre palle di riso a testa, da scagliare contro i due sposi, mentre questi tentano di consumare il loro pasto nuziale. Durante il primo giorno di festeggiamenti si uccide un pollo su di un altare, e tutto il villaggio smette di lavorare. Gli uomini costruiscono una capanna di bambù da utilizzare come momentanea alcova per i due, fino a quando non avranno deciso di fare ritorno ognuno alla casa dei propri parenti. Prima del matrimonio il rapporto fra uomini e donne è piuttosto agitato, nel senso che una donna può anche avere tre fidanzati contemporaneamente: quando, però, avrà deciso quale dei pretendenti sposare, scoppieranno lamentele furibonde fra gli insoddisfatti.
Grossi problemi sorgono quando una donna Akha partorisce un bambino deforme o mentalmente ritardato, con sei dita o con un gemello. Gli Akha sono inorriditi da tutto ciò, ne hanno un enorme timore, tant'è che generalmente uccidono questi sventurati sotto gli occhi della madre, che viene obbligata ad assistere alla scena. In seguito questa viene mandata in esilio per tre giorni, vestita di sole foglie: le sarà permesso di fare ritorno solamente dopo che avrà incontrato qualcuno ‘di buon auspicio’, che l'avrà fornita di nuovi abiti e di alloggio. Ma la nuova vita nascerà, per la donna, solo dopo aver sacrificato tre cani, tre maiali e tre capre. La casa che ospitava la famiglia e tutti i suoi averi vengono bruciati, e la donna potrà abitare solo in una nuova piccola capanna alla periferia del villaggio. Incontrando gli altri Akha non potrà parlare con loro, né le sarà permesso di attingere acqua alle diverse fonti del villaggio: per bere dovrà andare fino alla cascata principale, di solito piuttosto distante. Quando, eccezionalmente, una delle persone ritenute ‘anormali’ viene lasciata in vita – di solito questa fortuna capita solo a quelli nati con sei dita -, la si utilizza come ‘spaventa-creditori’: se, ad esempio, un Akha compra a credito un maiale da un altro villaggio, vi manda a saldare il debito il nato deforme, così che il creditore - nove volte su dieci - scappi terrorizzato, rinunciando di conseguenza al denaro.
Nel villaggio Akha la sveglia viene data alle quattro e mezza, quando tutte le donne si alzano per andare a raccogliere il riso necessario per la giornata: questo viene pulito verso le cinque e mezza, battendolo in una vasca di pietra per mezzo di una lunga leva di legno. Poi c'è la raccolta dell'acqua, visto che il villaggio, generalmente, non ha fonti al suo interno. Così tutte le donne - gli uomini sono appena andati a dormire, dopo una notte passata a fumare oppio -, si caricano la schiena di zucche vuote da riempire alla cascata principale. Il resto della giornata viene trascorso a cucinare, scacciare galline e maiali dal riso lasciato a seccare, e a masticare foglie di betel. Le madri non accudiscono minimamente, se non per lo stretto indispensabile, i loro bambini, e li lasciano scorrazzare per tutto il giorno nella più indescrivibile sporcizia. Davanti ai miei occhi uno di essi, di circa quattro anni, completamente nudo, corre giù per la discesa del villaggio, inciampa, cade con la faccia sopra ciò che il bufalo, da poco passato, ha lasciato sul terreno. Si rialza, tocca il viso, e scoppia a piangere.
Durante il giorno i pochi uomini che ne hanno voglia lavorano nei campi di riso o di papaveri da oppio, quand'è la stagione. Ma l'unica attività che sembra davvero impegnarli, come scende il buio, è un'eterna, intensa, lenta fumata d'oppio che dura tutta la notte, per addormentarsi, finalmente, poco prima dell'alba.
Alla mattina il nostro risveglio è a dir poco sconcertante: ai piedi della nostra capanna un cane è stato ucciso durante la notte, strangolato con una catena, e adesso un bambino ci ‘gioca’, bastonandolo ripetutamente sul cranio e sui testicoli. Poi un altro lo afferra per il ‘collare’ che lo ha strangolato e, dopo averlo trascinato attraverso tutto il villaggio, lo scaraventa, come fosse spazzatura, giù dalla rupe.
Lasciando il villaggio Akha passiamo attraverso l'arco d'uscita, stando ben attenti a non sfiorarlo.

LAHU NYI

I Lahu vivono in Birmania e nelle province thailandesi di Chiang Mai, Chiang Rai e Mae Hong Son. Sono arrivati dalla Cina, passando attraverso la Birmania durante l'ultimo secolo, e oggi sono divisi in quattro sottotribù: i Nyi, i Na, gli Shi, e gli Shele. In Thailandia, tuttavia, sono tutti noti anche con il nome di Musur.
Terzo giorno - I primi ad accoglierci sono i cani e i maiali, che fanno da guardia all'entrata del villaggio, costruito sulla discesa di una collina con poca vegetazione. Poi arrivano i bambini; sono tutti nudi o vestiti a metà, e giocano con ogni cosa: bufali, porci, gatti, ma anche con le immondizie, disseminate ovunque, tra escrementi di vacca e latrine all'aperto. Anche qui la capanna del capo-tribù è la più grande, e tutti gli abitanti vi entrano per osservare i nuovi arrivati. È una palafitta costruita con un bambù piuttosto elastico, e il tetto è fatto di stoppie e foglie di palma, necessarie per tenere fuori l'acqua. Al centro dell'unica grande stanza c'è la ‘cucina’, quattro pietre e un focolare, adoperato anche per riscaldarsi durante la stagione fredda. I servizi igienici sono costituiti dai sentieri che si snodano attorno alle abitazioni. Oggi c'è il ‘dottore’ (un semplice piazzista di medicinali), venuto dalla città in motocicletta. Espone al capo le sue medicine - soprattutto contro la malaria - , in gran parte cinesi, cercando di spiegarne l'uso. Il capo ha ventisei anni e sei bambini: il primo l'ha avuto a tredici anni, e la moglie è ancora più giovane di lui. Tutti sono riuniti con curiosità attorno a noi, e qualche bambino con escoriazioni infettate dalla sporcizia viene a farsele curare dai nostri disinfettanti spray, qui considerati un rimedio miracoloso. I buchi nella cute sono impressionanti, qualsiasi medico occidentale inorridirebbe solo a vederli. Qui, i bambini, li indossano con disinvoltura.
È sera, finalmente è giunta l'ora di relax dopo la giornata trascorsa a lavorare nei campi, e gli uomini, così come le donne, si concedono una sosta, fumando enormi foglie di tabacco od oppio, accovacciati ‘alla turca’ in mezzo alla strada. Gli uomini più giovani e forti, però, sono ancora nei campi, al lavoro, e vi rimarranno tutta la notte. Qualcuno, invece, ha un'occupazione specifica all'interno del villaggio, come fabbricare i fucili da caccia, dalle canne lunghissime, estremamente precisi.
Il lavoro minorile nel villaggio (e in tutta la Thailandia) è considerato semplicemente lavoro, senz'alcuna distinzione per fasce d'età: che tutti lavorino è cosa scontata. Già a pochi anni i bambini portano a pascolare le mandrie nei monti, oppure aiutano la famiglia nei campi, soprattutto durante la stagione della raccolta dell'oppio. Anche in questa occasione il capo-tribù ci racconta qualche usanza della sua popolazione.
Il matrimonio viene celebrato in due modi differenti: con cerimonia - e una grossa dote in denaro -, oppure senza cerimonia, poche monete e tre polli per dote. Per i primi tre anni di convivenza la coppia vive alternativamente presso entrambe le famiglie, per poi decidere con quale delle due stabilirsi. Molte ragazze (adolescenti), però, non sono così fortunate da arrivare fino al matrimonio, perché spesso vengono prima vendute dai genitori ai bordelli di Chiang Mai o di Bangkok, con o senza il loro consenso, mediamente per una cifra di 50.000 Bath, un vero capitale nelle zone rurali thailandesi.
Il villaggio non è autosufficiente, dipende per i consumi in gran parte dalla città, piuttosto lontana. La sua estensione è commisurata all'importanza del suo capo: se questi è stimato il villaggio sarà grande, altrimenti piccolo quanto la stima che la tribù nutre per lui. Generalmente tutti i villaggi Lahu Nyi sono piuttosto piccoli. Il capo viene eletto da un'assemblea di dieci-dodici persone, uomini e donne, gli stessi che lo sostituiranno se risulterà corrotto o inefficiente. L'educazione è scarsissima, l'unica scuola è distante, e i pochi bambini che ci vanno la frequentano per soli due anni, a partire dal loro decimo compleanno. Anche i Lahu Nyi, inoltre, adorano gli spiriti (della casa, della natura), così come un essere divino superiore di sesso maschile e uno corrispondente di sesso femminile.
I Lahu sono emigrati dal Sud-est della Cina, dal Lang Chan, una regione autonoma dello Yunnan, circa duecento anni fa, spingendosi soprattutto in Birmania (dove oggi vivono in 50.000) e, solo ultimamente - dopo gli scontri etnici degli anni Cinquanta in Birmania -, anche nel Nord della Thailandia. Inizialmente appartenevano tutti ad un'unica tribù, quella dei "Gialli": poi si sono divisi in varie fazioni: quella dei "Neri" - "Rossi" (Nyi), "Neri" (Na) e Sheh Leh (o Shele) -, e quella dei "Gialli" - "Bianchi" (Shi Ba Lan) e Ba Keo -, riconoscibili a seconda dei differenti abiti. I Nyi indossano vestiti neri intrecciati da larghe strisce rosse, bianche e blu, che corrono attorno al collo e al petto. Anche i Na si vestono di nero, ma con sole strisce bianche. Gli Shi si distinguono per le orlature bianche e rosse, mentre gli Shele hanno pantaloni con lunghe ginocchiere penzolanti e ghette con tagli di colore blu. I diversi gruppi parlano dialetti differenti fra loro, ma il Lahu Na è compreso da tutti. Il motivo della loro incessante migrazione è la continua ricerca di nuovi terreni da coltivare: i Lahu sono agricoltori nomadi che sfruttano troppo intensamente i campi, esaurendone in breve tempo la fertilità, così da doversi trasferire circa ogni tre anni. I villaggi, di conseguenza, letteralmente si spostano: a volte le case vengono smontate e trasportate altrove intere, altrimenti sono bruciate sul posto e poi ricostruite. Un'altra causa del loro incessante trasferirsi è dovuta alle credenze riguardanti gli spiriti malvagi: quando qualcosa nel villaggio va male - qualcuno, per esempio, dopo aver fumato troppo oppio, si addormenta e cade nel fuoco -, la colpa non può che essere del luogo, maledetto dagli spiriti. Così alcuni iniziano ad andarsene, per essere poi seguiti da molti altri. Qualche anno fa il governo thailandese e il ministero per l'Ambiente, stanchi della continua distruzione delle colline dovuta ai Lahu, hanno cercato di porre un freno al loro perpetuo vagabondare, spesso respingendoli in territorio birmano.

YAO

Gli Yao un tempo abitavano alcune zone della Cina centrale, nelle province dello Tzechuan e del Kieng-tsi. Sotto la pressione di popolazioni vicine ostili migrarono verso sud (nel Guangxi), stabilendosi in aree che oggi fanno parte della Birmania, del Laos, del Vietnam e della Thailandia. In quest'ultimo Paese vivono nelle province settentrionali, sulle zone montuose di Chiang Rai, Chiang Mai, Lampang e Mae Hong Son, e sono noti anche con il nome di Mien. Molti Yao, tuttavia, continuano a vivere in Cina (circa un milione e mezzo), e sono l'unico gruppo etnico del Nord della Thailandia ad avere una tradizione scritta, riportata per mezzo degli ideogrammi cinesi.
Quarto giorno - Il villaggio Yao è costituito da case che poggiano sul suolo e da un piccolo laghetto al centro; le note delle litanie buddhiste birmane fanno da sottofondo, captate da una radio accesa. Esistono veri e propri ‘bagni’, separati dalle abitazioni, e racchiusi in un paio di capanne a sé. Anche qui i bambini giocano con ogni cosa: dal maialino nero di casa - mentre mangia nella stessa ciotola in cui, a orari diversi, si servono i cibi alle persone -, a vecchie latte di sardine riciclate, usate come bicchiere e secchiello per contenere la terra. Un altro bambino scala una pila di canne di bambù, mentre un coetaneo si diverte a giocherellare con dei fiori, strappati dalla pianta e indossati sulle dita, a mo' di artigli. Una donna cura l'infezione a un orecchio del suo figlioletto con un impasto di erbe medicinali, e il bambino strilla sonoramente.
Gli abiti delle donne Yao sono caratterizzati da tessuti in cotone nero o blu, decorati con una lunga stola di cotone rosso - che cinge il collo - e con un ampio turbante. I bambini più piccoli, invece, indossano colorati berretti decorati da grandi pompon rossi. Tutti vivono in case situate a livello del terreno, costruite in legno e bambù. Al loro interno un'ampia sala è divisa in due ambienti - uno per gli uomini, l'altro per le donne -, e le camere da letto sono separate da alcune assi. In tutte le abitazioni c'è un piccolo altare degli antenati, di fronte al quale si trova una porta, riservata agli spiriti della casa: il loro accesso è favorito da questa apertura a loro uso esclusivo. Questa credenza negli spiriti, unita a quella negli antenati, deriva dal taoismo, dal quale gli Yao, nel corso del tempo, hanno sviluppato una religione particolare. Come la maggior parte delle popolazioni del Nord della Thailandia, gli Yao rispettano tutti gli spiriti, inclusi quelli dei loro antenati, del Cielo, del Vento e della Foresta. Credono che questi possano proteggerli e dare loro prosperità, perciò fanno offerte in molte occasioni, come, per esempio, quando i raccolti sono abbondanti o quando ci si ammala. Le cerimonie di offerta, celebrate anche prima di intraprendere un viaggio, comportano il sacrificio di un maiale o di pollame. Dal momento che gli spiriti hanno un ruolo centrale nella vita e nella morte di tutti, le figure più importanti della tribù sono i praticanti di stregoneria. Se ammalato, uno Yao preferisce senz'altro lo stregone alle moderne medicine occidentali, prese in considerazione solo qualora lo stregone si riveli inefficace. Esistono due tipi di stregoni: il Toom Sai Kong, che si occupa del Grande Spirito, e il Sai Ton, che bada ai riti minori. Il primo, per essere considerato tale, deve godere di larga fama di esperto in materia.
Gli Yao sono piuttosto liberali in materia di costumi sessuali: un uomo e una donna, per convivere, non sono obbligati a sposarsi, e cambiare amante, così come avere figli illegittimi, è accettato da tutti. È tradizione che l'uomo, qualora metta incinta una donna, debba pagare una multa al capo del villaggio, consistente in una piccola somma di denaro e un pollo.
Le cure mediche, perfino nelle tribù meno primitive, vengono completamente ignorate durante la gravidanza. Al loro posto il marito, consapevole della nascita imminente, fa delle offerte allo spirito della casa - il Sam Dao -, e implora il suo aiuto. Chiede che la moglie sia forte durante il parto, che il bambino nasca sano e non abbia alcun handicap, e che entrambi, madre e figlio, godano di un benessere generico. Quindi l'uomo trasforma la casa in una specie di ospedale, pronto per il parto: il pavimento viene rialzato, formando una piattaforma, sulla quale pende una corda fissata saldamente al soffitto. Questa servirà alla donna, alcuni secondi prima del parto, per fare entrare una maggiore corrente d'aria all'interno dell'abitazione, aprendo una finestrella. Quando il bambino viene alla luce la levatrice del villaggio, stesa sulla paglia, taglia con un coltello di bambù il cordone ombelicale: verrà messo in un cesto e sarà appeso a un albero a essiccare. Lo stregone ‘superiore’ è responsabile anche di cerimonie quali il Pienhoong (Omaggio agli Spiriti), e in casi di malattia grave.
La morte di uno Yao viene celebrata lasciando il corpo su una barella dai tre ai cinque giorni se il defunto era ricco, per uno solo se era povero. Dopo il bagno di rito, il cadavere viene posto in una bara per essere sepolto o cremato. La cerimonia viene tenuta in casa se il defunto è morto al suo interno, altrimenti all'aperto, nel piazzale del villaggio. La sepoltura o la cremazione vanno invece assolutamente tenute al di fuori del villaggio, per scaramanzia. Nello scegliere il luogo adatto alla sepoltura o alla cremazione lo stregone lancia un uovo di gallina in aria e, laddove cade, giaceranno il corpo o le ceneri.

LA COLTIVAZIONE DEL PAPAVERO DA OPPIO

Il campo di papaveri è generalmente ben nascosto, anche se tutti sanno benissimo dove, tra la vegetazione fitta, poco distante dal villaggio. Le piante giovani vengono interrate tra agosto e novembre, a un'altitudine che va dagli 800 ai 1300 metri. In dicembre il papavero produce i fiori - bianchi e rossi - e i semi. I petali iniziano a cadere dopo circa quattro mesi; segue quindi la stagione della raccolta del lattice, tra gennaio e marzo. È in questo periodo che il papavero viene intagliato - dal basso verso l'alto -, per non più di tre volte (dopo ogni taglio la qualità del lattice diminuisce). Il lattice è quindi raccolto in piatti di latta o su cortecce di bambù, ed è di colore bianco vivo. Lasciato coagulare per circa quattro ore, si trasforma in oppio grezzo, di colore marron scuro, colloso e appiccicoso come catrame. Bollito e filtrato, solamente il 40% del raccolto rimane sotto forma di oppio puro, da consumo: da dieci chilogrammi di oppio si ottiene ‘appena’ un chilo di eroina. Il governo thailandese sta tentando da anni - almeno ufficialmente - di sostituire la coltura del papavero da oppio - dichiarato illegale nel lontano 1959 - con altri tipi di coltivazione, ma con scarsissimo successo. In certe zone isolate l'oppio è ancora un prodotto di base, a volte utilizzato come moneta.
Il grosso degli introiti, fino ad anni fa, finivano perlopiù nelle tasche di Khun Sa, il cosiddetto ‘Re dell'Eroina’. Leader della Shan United Revolution Army (SUA), un esercito privato che contava ben cinquantamila regolari armati stanziati soprattutto in Birmania, Khun Sa proveniva dalle fila dei nazionalisti cinesi, tradizionalmente anticomunisti. Oggi, dopo il ritiro e la morte di Khun Sa – nel suo villaggio, Ban Theuat Thai, gli è stato eretto un monumento equestre e un mini-museo -, il controllo del business è passato nelle mani di altri ‘generali’ del narcotraffico, solitamente a capo di minieserciti etnici.
Ogni famiglia che vive nel Triangolo d'Oro viene controllata dai guerriglieri-trafficanti, e gli enormi introiti del commercio dell'eroina passano attraverso Hong Kong e Taiwan, nelle cui banche vengono versati i proventi miliardari guadagnati dai grandi trafficanti di mezzo mondo. Qualche anno fa è stato avviato il cosiddetto ‘Progetto Reale Thailandese’, voluto dallo stesso re – quando ancora era in buone condizioni fisiche -, per introdurre colture alternative. Nel Nord della Thailandia operano ventotto stazioni di sviluppo, ove sono coltivati sperimentalmente albicocche (donate dal Giappone), pesche e prugne (arrivate dal Nord America), kiwi (Nuova Zelanda), pere (Taiwan), verdure, cereali, legumi, spezie e fiori: tutte colture redditizie, ma mai quanto quella dell'oppio. Il Progetto Reale ha coinvolto 365 villaggi - per una popolazione totale di circa 60.000 persone -, ove vengono inviati medici e infermieri dell'ospedale universitario di Chiang Mai, i quali trasmettono alle comunità tribali le nozioni elementari di alimentazione e di pianificazione familiare. Ogni anno l'esercito thailandese viene impegnato in battute esemplari, largamente pubblicizzate dai media, di distruzione dei campi di papavero. Ai telegiornali si vedono soldati armati di machete che recidono le piante con aria soddisfatta e vittoriosa, come se radere al suolo le piantagioni su qualche chilometro quadrato risolvesse il problema. Comunque, anche per quest'anno, come ogni anno, si è preventivato un raccolto superiore al passato.

Pubblicato su Frigidaire

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